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AC: Crown - capitolo IV: La notte porta consiglio

Cavalieri e dame, come di consueto il fine settimana vi regala un capitolo del mio romanzo, Assassin's Creed: Crown.
Nel precedente capitolo abbiamo avuto un assaggio della psicologia con cui Adler affronta le sue missioni, poiché con una astuzia è riuscito convincere il duca Ludwig di casa Calvelage a dargli carta bianca per le sue indagini - o almeno così è in apparenza. Ma il signore feudale non è il solo ad aver lasciato posto all'inganno in quell'udienza allo Sparrenburg, giacché anche il nostro cavaliere ha nascosto fin dall'inizio le sue reali intenzioni. Tra segreti di cui ignora l'entità e importanti risvolti nelle indagini, un altro passo è stato mosso verso il suo fato.

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Clack.
Non era stato neanche troppo difficile forzare le porte delle stanze di Ludwig, impegnato a dare il suo banchetto nella sala comune del castello. Insieme alla posizione delle mie stanze ed al fatto che le guardie alla nostra porta avessero un senso del dovere tanto scarso da cedere alla carne di qualche serva ben pagata, la sontuosa cena era uno degli ingredienti perfetti per rendere un gioco da ragazzi il primo passo delle mie indagini: nessuna pietanza, danza o canzone poteva essere appetibile quanto i documenti privati di un signore feudale, specie se poteva aver ordinato l’infiltrazione di Albrechtsburg. Durante il nostro colloquio aveva sottolineato piuttosto chiaramente di non essere coinvolto in alcun modo in quella faccenda, ma avevo conosciuto troppi nobili e passato troppo tempo a corte per non sapere che il loro protocollo di insegnamento prevedeva anche la menzogna; avevo contro ogni logica politica o militare, ma il fatto che non ci avesse ricevuto subito per sistemare “affari più urgenti” e che ci volesse più vicino possibile ai suoi occhi ed alle sue orecchie, mi spingeva a non cedergli ancora la mia fiducia. E a voler essere completamente onesto con me stesso, avevo deciso di violare quelle stanze già la notte stessa della mia partenza.  
E ora che avevo per davvero iniziato quella follia non potevo più tirarmi indietro. Spinsi delicatamente la robusta porta in legno di quercia e sgusciai dentro, richiudendo poi le serrature col grimaldello in modo da non destare alcun sospetto di scasso; quindi mi tolsi il grosso cappuccio del mantello nero e mi voltai ad osservare le stanze del signore di casa Calvelage. Uno sterminato ammattonato color crema, con al centro un magnifico fiore in maiolica bianca e rossa che, alla luce dei raggi lunari filtrati dall’ampio balcone sul lato opposto, reggeva il peso di un grosso tavolo circolare finemente intagliato; mucchi di vecchi tomi giacevano su di esso, probabilmente provenienti dalle due librerie sulla destra della stanza rettangolare: entrambe erano messe lungo le pareti color crema scuro e si guardavano l’un l’altra, illustrando i più disparati volumi di scienza e arte, ma impallidendo di fronte al manichino che reggeva l’armatura da battaglia del duca, splendidamente forgiata nel suo acciaio smaltato in bianco e nell’oro rosso che invece componeva le decorazioni; specialmente l’elmo coronato si poteva rivelare parecchio suggestivo al furto. E poi statue, tappeti dall’oriente, armi cerimoniali esposte a fianco del letto con baldacchino in legno rosso… tutte cose che un cavaliere poteva solamente sognare, e che questo cavaliere aveva già ammirato abbastanza.
Chiusi gli occhi e reclamai dal profondo me la visione arcana che aumentava i miei sensi, rendendo la stanza ancor più luminosa di quanto la Luna e le stelle non fossero già capaci di fare. Subito al mio sguardo balzò una intensa luce dorata, emanata da uno degli anelli in legno che decoravano la gamba sinistra del baldacchino: lo smossi un poco, e una volta giratolo completamente verso destra, un piccolo scomparto si aprì nel pilastro ligneo. Presi in mano il grosso libro che custodiva e vi lasciai scorrere le dita sulla soffice pelle nera, con inciso ad eleganti caratteri dorati De vita dux Ludovicus I. Il diario personale del duca! Ancora una volta il mio istinto non mi aveva deluso: Dio doveva sapere che se c’erano parole in grado di fugare i dubbi sull’onesta di Ludwig, erano tra le pagine di quel libro. Cercai quelle che narravano delle ultime tre settimane prima della mio arrivo, leggendo solamente di stupidi balli a corte, della nomina di dieci nuovi cavalieri per lo Sparrenburg, delle nuove pressioni fiscali che suo suocero Hermann II di Lippe esercitava sul suo feudo, e tutte insignificanti attività da nobile di cui non mi importava assolutamente un accidente.
Forse l’unica parte interessante si trovava nelle pagine riferite a tre giorni prima: lo scrittore sosteneva che durante una battuta di caccia nella foresta di Teutoburgo, si fossero imbattuti in alcuni alberi recanti uno strano simbolo, e che pochi attimi dopo un fantasma bianco con artigli d’acciaio avesse ucciso a sangue freddo tre dei suoi uomini, fuggendo prima che le altre guardie potessero capire cosa fosse successo. Una mente alquanto fantasiosa, ma la sola cosa che in quel momento mi sentivo di pensare era che il mio cuore era diventato leggerissimo: non vi era nessuna traccia di un suo coinvolgimento diretto nell’attacco ad Albrechtsburg, per cui non sarebbe scoppiata alcuna guerra. Ciò complicava ovviamente la mia missione, giacché la mezza verità che avevo propinato a corte si era rivelata la sola pista logica da seguire: un terzo ignoto intendeva davvero creare conflitto tra i due ducati; come lo avrei trovato era un mistero, ma non mi soffermai troppo nel cercare una soluzione. La sola cosa importante in quel momento era che il pericolo maggiore era stato smentito. O almeno così pensai finché, nel riporre il volume nel suo scomparto segreto, una lettera dal sigillo spezzato scivolò giù dalle pagine; col cuore in gola la raccolsi e cominciai a leggerla. Era una grafia imprecisa, che scandiva il ritmo di un latino alquanto rudimentale e approssimativo.

Esimio Ludwig di casa Calvelage,
Ancora una volta mi trovo costretto a ringraziarti per i tuoi servigi alla causa dell’Egitto. I mamelucchi sono sempre più irrequieti, rendendo chiaro quanto il Sole nel deserto che il regno degli Ayubbidi è presto destinato a cadere: con i Crociati a destra, i mamelucchi a sinistra e gli asiatici all’orizzonte, il debole sultano 
Sayf al-Dīn Abū Bakr sembra più che mai intenzionato a cedere la sua corona agli schiavi. Non è di altrettanta foggia suo fratello il principe Al-Malik, che indomito, ha dichiarato davanti a tutta la corte che a qualsiasi costo non cederanno mai la loro terra al nemico, e che è pronto a sostituire suo fratello al trono sultanale e muovere guerra contro i Khan e i cristiani.
Se solo quegli sciocchi sapessero chi rappresenta la reale minaccia… sono settimane che Ravic e i suoi Hashashin continuano imperterriti a manipolare potenti mercanti e ad aizzare rivolte popolari, sostenendo la follia di un nuovo Egitto mamelucco incentrato su libertà e prosperità; tutto in nome di quel loro Credo portatore di rovina. Ma confido che con il carico di armi che ci hai mandato tramite “i tuoi figli” riusciremo ad opporre un’adeguata offensiva a quei maledetti... stiamo già progettando un attacco ad un loro covo nell’antica Menfi.
Ci aspettiamo ovviamente che la nostra amicizia sia duratura e che prosegua nel migliore dei modi; il duca Reginar ci tiene particolarmente, suppongo non sia necessario ribadirtelo.  
Che il padre della comprensione ti guidi,
Kalaff al-Iz-El Dinn 
 

Non era nulla di legato ai miei sospetti o alla mia missione, ma quella lettera mi lasciò lo stesso interdetto e sorprendentemente meravigliato – e in più adesso capivo l’entità degli urgenti affari della mattina precedente. Era chiaramente sottolineato che la casata Calvelage stava appoggiando la causa di un regno musulmano a discapito degli eserciti cristiani, una simpatia che solamente sotto il regno di un amante della cultura araba come Federico II non era punibile con la morte; tuttavia quella solamente la parte meno strana del contenuto di quell’epistola: il mittente parlava come se esistesse un altro conflitto, occulto agli occhi del mondo rispetto a quello combattuto ufficialmente, eppure talmente importante da parer capace di determinare il destino di un intero regno; non ero estraneo ai complotti ed ai tradimenti tra nobili di una nazione in guerra, ma non riuscivo a capire cosa potessero entrarci gli Hashashin: dalle voci che avevo sentito, quei sicari operavano in Terra Santa sconvolgendo gli equilibri di potere nel nome di chissà quale eresia, ma non avevo idea che una loro setta si fosse stabilita anche in Egitto. E quel riferimento ironico a figli del duca? Che le camere in cui alloggiavamo io e Filibert fossero di qualcun altro? E che diamine c’entrava la casa Reginar in questa storia? Si erano sempre dichiarati più fedeli servitori della Chiesa che della corona, quindi perché mai dovevano curarsi delle guerre di un’altra fede?
Non avevo idea di come rispondere a quelle domande frutto di una curiosa lettera privata, né avevo voglia di scoprire la tresca a cui avrebbero potuto condurre le risposte. Avevo fatto il mio dovere e quel genere di affari non erano un mio conto, per cui la ripiegai su stessa e la riposi nel diario del duca, richiudendo lo scomparto segreto proprio come se non fosse mai stato aperto; mi accinsi dunque alla porta… che la balena profumata e le sue guardie in avvicinamento avevano chiaramente intenzione di aprire prima di me. Proprio adesso doveva finire il banchetto, maledizione! Se mi avessero scoperto là dentro con addosso un mantello nero, avrei per davvero scatenato una guerra di cui sarei stato la prima vittima: non potevo assolutamente lasciare che finisse in quel modo. Senza rifletterci un attimo corsi verso il balcone e mi gettai oltre le tende di seta rossa, riparandomi dietro il muro appena in tempo per non farmi vedere da Ludwig, che poteva a malapena reggersi in piedi dalla sbronza.
<<Voglio che troviate immediatamente quei due cialtroni che hanno abbandonato la stanza dei cavalieri di Wettin e che li mettiate alla gogna!>>
Alla faccia degli onorati ospiti eh?
<<Signore, con tutto il rispetto, ma il nostro dovere è proteggerla.>>
<<Il vostro dovere è obbedire ai miei ordini in silenzio!>> disse mentre lo spogliavano per metterlo a letto <<e siccome hai l’ardire di tanta presunzione, Anso, sarai tu l’unico incaricato di trovarli mentre i tuoi pari proteggeranno la mia persona. E se al mio risveglio non vedrò il popolo gettare sterco su quei due inetti, sarai tu il terzo a risponderne personalmente! Ci siamo capiti?!>>
<<… ai tuoi comandi, mio signore.>>
Quel rispettoso e forzatissimo lamento fu l’ultima parola che udì dalle guardie, che richiusero la porta della stanza per cominciare chi il turno di guardia e chi l’ingrato compito di recuperare i compagni dalle cosce delle mie esche. Rimanevamo solo in due entro quegli appartamenti, lui che berciava qualcosa di incomprensibile rotolandosi tra le sue coperte e io che al gelo dell’inverno cercavo di controllare il mio battito e allentare la tensione come ser Berik mi aveva insegnato; pochi minuti dopo ero riuscito a domare le mie emozioni, cercando di elaborare in fretta un piano di fuga: la sola via di uscita in quella stanza era la porta, ma era sorvegliata dalle guardie ducali, ed era fuori discussione che uccidessi cinque uomini con il rischio di richiamarne altri duecento. Pensai ad un diversivo, a cercare un qualche ingresso segreto simile a quello nella cappella del duca Enrico, perfino di simulare un attentato alla vita del duca, ma erano tutte quante opzioni troppo rischiose.
A quanto pare dovevo rassegnarmi a passare la notte in quel balcone, per cui mi alzai e cominciai a percorrerne nervosamente il perimetro semicircolare, finché al secondo giro di ritorno non notai che sotto di me era stato ammucchiato un covone di foglie cadute e di quella poca neve che cadeva nella Germania nord-occidentale. Forse… cercai di calcolare approssimativamente l’altezza del balcone rispetto al suolo, valutando poi come eseguire una manovra tale da non spezzarmi l’osso del collo. Era rischioso, ma era l’alternativa più valida che mi venisse in mente, e ogni secondo che passavo in quelle stanze era un pericolo senza assoluzione temporale o spirituale. Mi decisi. In piedi sul bordo del balcone, cercando di restare in linea con la zona di atterraggio, guardai la Luna che mi illuminava e mi misi a ridere per l’ironia della situazione.
<<E alla fine Filibert aveva ragione… sto facendo davvero qualcosa di stupido e suicida.>>
Non pensai un secondo di più e mi lanciai di testa spalancando le braccia come le ali di un’aquila, ruotando poi su me stesso in modo da atterrare di schiena. In volo mi resi conto di come fosse la sensazione più bella del mondo: il punto di massimo pericolo era diventato il punto di minor paura, rendendo il mio corpo libero di essere sferzato dall’aria della caduta libera e di incorrere ad un destino che a quel punto era irreversibile. Fortunatamente non fu quello il giorno della mia morte: atterrai nel soffice covone, urtando appena la schiena contro il suolo; ne uscii coperto di fogliame e neve e ridendo a crepapelle per la gioia di quella pazzia. Decisi di colpo che non avevo voglia di tornare nelle mie stanze, ma mi sarei addormentato alla luce di quelle stesse stelle che erano state testimoni della mia notte di crimine e sudore freddo – e poi era già notte fonda, per cui il coprifuoco nel castello era scattato da un pezzo. Mi adagiai quindi sul covone di foglie e alzai al cielo il mio sorriso migliore, lasciando che mi accompagnasse nella mia discesa nel mondo dei sogni.

Furono le prime luci dell’alba a strapparmi dal dolce sonno, aprendo le porte ad una nuova giornata di indagini. Sgranchii rapidamente il mio corpo indolenzito e mi misi a sedere a gambe incrociate, stropicciandomi gli occhi e riempendo i polmoni dell’aria limpida. Mi soffermai quindi a guardare il Sole nascente, mentre richiamavo alla mia mente tutte le informazioni che avevo ricavato dalla mia incursione notturna: a scanso dei suoi legami con i musulmani, Ludwig era ufficialmente fuori dalla lista dei sospettati, per cui l’unica soluzione era che qualcuno avesse rubato i suoi colori in modo da depistare eventuali indagini. Ero tornato al punto di partenza, quello in cui il mantello nero che stavo indossando e una spilla rovinata erano la mia sola pista. Il primo con tutta probabilità non era di grande aiuto, dato che qualunque popolano poteva permettersene uno, ma la spilla era una questione ben diversa: da che avevo messo piede allo Sparrenburg, solamente i soldati al servizio del feudo la ostentavano per tenere fermi i loro mantelli, e da ciò che avevo letto nel diario del duca nessuno di loro poteva essere l’uomo che stavo cercando. Dunque rimanevano due soluzioni: o il mio uomo aveva ucciso un cavaliere e gli aveva rubato la spilla, o se l’era procurata direttamente dalla fonte – dieci cavalieri erano appena stati investiti, e dunque una nuova partita di quei monili doveva essere stata ordinata presso un fabbro artigiano.
Stupefatto di come fossi capace di quei ragionamenti con la mente appena sveglia, mi misi in piedi e cominciai a percorrere il perimetro della fortezza principale, entrando negli ampi giardini del castello: se la mattina del giorno prima mi erano sembrati magnifici, adesso il tocco delicato del fuoco solare rendeva quello scenario a dir poco mozzafiato; ero sempre stato un amante della natura e delle lande selvagge, meno rumorose e marce, più adatte all’avventura rispetto alle corti feudali, ma spaventose e inquietanti in un modo che nessun trono avrebbe mai potuto incutere. Scultori e architetti avrebbero potuto produrre la più maestosa opera d’arte e non sarebbe comunque stato paragonabile a quel paradiso in cui ero venuto al mondo: ser Berik mi raccontò di avermi trovato in una mattina come quella, abbandonato nella Foresta Nera in un pugno di stuoie insanguinate e con una spada spezzata a fianco, l’ennesimo segno che padre Aethel aveva interpretato come un messaggio di Dio perché diventassi un grande guerriero.
Ma non era comunque tempo di percorrere il viale dei ricordi o di ammirare il panorama, per cui lo lasciai all’altro paio di occhi che mi stavano spiando dall’alto della torre di guardia, probabilmente incuranti del fatto che mi fossi accorto della loro presenza. Così come mi ero accorto dei cinque militi diretti verso di me con la lancia in pugno, che sicuramente mi avevano scambiato per un brigante infiltrato a causa del mio vestiario poco cavalleresco. Quando mi accerchiarono, sospirai di frustrazione e misi le mani in alto, volgendo lo sguardo ad un minuto ometto calvo ancora giovane e poco temprato dalla battaglia.
<<Non sono un nemico, tranquilli. Sono uno degli ospiti del duca mandato in nome di Enrico della casa Wettin.>>
<<Hai qualche documento che possa provare quanto dici?>>
<<Nulla, se non la mia parola di cavaliere.>>
<<La garanzia di un manigoldo! I cavalieri da Meissen sono nelle loro stanze private a riposare dal loro lungo viaggio.>>
<<Sono uscito con il precedente cambio di guardia. Avevo già dormito tutto il pomeriggio dal mio arrivo, e avevo desiderio di vedere la piccola città.>>
<<Non hai nessuna prova di ciò.>>
<<Mettimi in pugno una spada e avrai tutte le prove di cui hai bisogno.>>
Restò in silenzio per quello che sembrò un minuto intero, combattuto tra l’orgoglio giovanile e la furbizia che ogni cavaliere doveva ostentare.
<<Spiacente, ma non abbocco ad una provocazione tanto sciocca. Invece per il momento ti sbatteremo in una cella con l’accusa di violazione non autorizzata al castello, poi vedremo che cosa il nostro signore deciderà di fare con te.>>
<<O che cosa deciderà di fare con voi cinque quando scoprirà che avete imprigionato ser Adler in persona.>>
Quel biondino lentigginoso s’era l’era presa davvero comoda. Quanto tempo aveva ancora intenzione di far proseguire quella buffonata?
<<Tornate immediatamente ai vostri posti. Al cavaliere penserò io.>>
Bernhard, il castellano dello Sparrenburg, si portò al mio fianco, sveglio da pochi minuti ma già elegantemente vestito in un farsetto porpora e una cappa bianca, pronto ad assolvere i suoi doveri e gli ordini del suo signore. Se aveva notato il mio viscerale odio per quelli con il suo titolo, non lo diede a vedere minimamente; al contrario, mi rivolse un ampio sorriso e mi invitò con un gesto a seguirlo per i giardini. Declinai.
<<Non pensavo che il castellano di corte alloggiasse nella torre di guardia.>>
<<La preferisco al caos del castello, giacché mi permette di svolgere in quiete le mansioni che richiedono inchiostro e calamo. Ma piuttosto, come mai sei già in piedi, cavaliere?>>
<<Lo sai già. Credi sul serio che non ti abbia percepito mentre mi spiavi dalla tua finestra? O devo credere che anche tu stavi ammirando la foresta illuminata dal Sole?>>
<<Invero, si trattava di un panorama interessante. Ma non quanto un cavaliere miracolato da Dio all’opera. Girano strane voci su di te e le tue doti, ser Adler.>>
<<Scommetto che hai anche sentito della mia simpatia per i castellani.>>
Dovette cogliere in pieno l’ironia tagliente delle mie parole, giacché a differenza mia capì i rischi del ficcare il naso troppo in fondo in affari che non lo riguardavano. Restò in silenzio per alcuni secondi, mentre i suoi occhi verdi seguivano il corso della cicatrice sul mio occhio sinistro fino a fermarsi negli occhi duri come la pietra; avevo percepito il suo cambio di umore e il suo crescente nervosismo. Evidentemente desiderava che la sua cortesia venisse ripagata con la stessa moneta.
<<Ieri avevi accennato al mio aiuto per le tue indagini. In che modo posso assisterti?>>
<<Comincia con il dirmi se di recente alcuni soldati in servizio hanno avuto incidenti o se per qualche fatalità hanno perso la vita. Dubito fortemente che uno di loro abbia consegnato di sua volontà la spilla che indossava l’incursore ad Albrechtsburg.>>
<<Non nutri alcun sospetto nei confronti del duca?>>
<<Non si risponde ad una domanda con una domanda. E in ogni caso i miei sospetti non sono affar tuo. Adesso parla.>>
La stizza sul suo volto stava diventando sempre più evidente, ma piuttosto che darmi la soddisfazione di un’escandescenza avrebbe continuato a mostrare orgogliosamente quella sua cortesia. <<Esclusi tre cavalieri morti tre giorni fa in una sfortunata battuta di caccia del duca, godono tutti quanti di ottima salute. Ne abbiamo anche nominati dieci nuovi appena una settimana fa, se ti interessa saperlo.>>
E dunque seppi che strada prendere.
<<Voglio vedere il libro mastro.>>
<<Seguimi.>>
Cominciammo a dirigerci verso la porta della torre, risalendo le scale fino a raggiungere le sue stanze private: non erano sontuose quanto quelle del duca, ma era comunque palpabilissimo il rango di chi abitava quel rettangolo in grigie mura di pietra scura: una scrivania disordinata e stracolma di carte, una libreria che non riusciva più a reggere il peso della moltitudine di tomi che la invadevano, un camino perennemente ardente schierato contro il gelo invernale, un grande letto ben foderato di coperte e decorazioni minimaliste e volte ad osannare la casata che si serviva; erano questi gli elementi che permettevano di riconoscere le stanze di un castellano, anche se a differenza di Egbert e di molti altri, almeno Bernhard aveva gusto. Si protese verso l’ampia libreria ed estrasse un grosso libro ingiallito dal secondo scaffale, gettandolo sulla scrivania con un tonfo sordo.
<<Tutto tuo, cavaliere.>>
Senza perdere un solo secondo, aprii il gigantesco tomo e cominciai a leggere tutte le spese che la tesoreria ducale aveva affrontato nelle ultime due settimane, stupendomi di come anche sul quel fronte si limitassero a sborsare il minimo. Alla fine trovai l’informazione che cercavo: una notifica di pagamento per la comanda di dieci spille, presso un fabbro di nome Agi con bottega dietro la Chiesa di San Nicola. Non rimaneva che pregare affinché questa strada mi conducesse finalmente alle rubate gesta di Corrado il Grande.
<<Va a svegliare ser Filibert e digli di farsi trovare alle scuderie tra mezzora. Fagli portare anche la mia armatura e la mia spada.>>

Ovviamente si presentò nettamente in ritardo, con i capelli biondo platino arruffati e lo sguardo ancora impastato dal sonno. Mi gettò tutti i pezzi dell’armatura a terra e la maglia di ferro sul dorso del mio cavallo, il suo modo di ripagarmi per averlo svegliato tanto presto – ed era unico dei pochi a poterlo fare con la sicurezza che non gli avrei tagliato la testa. Raccolsi tutto quanto da terra e con il suo aiuto, cominciai a vestirmi.
<<Sarebbe troppo chiederti un minimo di puntualità?>>
<<Non cominciare. Sai perfettamente che ho il sonno pesante.>>
<<Siamo qui per compiere una missione, non per una visita di cortesia. Sai dove sono stati alloggiati Farvald e gli altri?>>
<<Quel biondino ne ha sistemati metà alla magione dell’esercito e metà in una taverna nel quartiere povero della città.>>
<<Radunali tutti quanti ai cancelli di Bielefeld entro un’ora.>>
<<Hai scoperto chi ha rubato il preziosissimo tesoro?>>
<<Il duca non è coinvolto in alcun modo e nessuno dei suoi soldati ha recentemente abbandonato il servizio, quindi l’unica pista da seguire porta all’artigiano che produce le loro spille. Un tizio di nome Agi con una bottega non troppo lontano da qui.>>
<<Il nostro uomo deve essere un attento pianificatore se ha avuto il buonsenso di non rubarla ad un cavaliere.>>
<<Di sicuro non è uno di quelli a cui siamo abituati. Tu hai scoperto qualcosa oppure sei rimasto tutto il tempo a dormire e fare compagnia alle dame?>>
<<Ti dirò che quella lavandaia di nome Emmeline mi ha sorpreso. Non la smette un attimo di parlare, ma tra le lenzuola sarebbe capace di far innamorare anche un cuore duro come il tuo.>>
<<Immagino...>>
<<Ehi, me la sono guadagnata. Ho passato un intero pomeriggio a sopportare le sue preoccupazioni per  i briganti ed i rapinatori che si radunano continuamente a Teutoburgo, razziando le campagne e derubando gli sfortunati che attraversano la foresta. Sostiene addirittura che tra quegli alberi si nascondano angeli mandati da Dio per uccidere le anime corrotte e purificarle. Che assurdità!>>


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Grazie a tutti quanti per aver letto il quarto capitolo, che come sono sicuro abbiate capito, ci ha piazzato sul trampolino di lancio per aprire le vere danze. Risulta ormai abbastanza chiaro chi saranno i suoi avversari, e nonostante lui sia un cavaliere letale come pochi, non so nemmeno io se sarà capace di affrontarli.
Inoltre sono sicuro che abbiate anche apprezzato i piccoli squarci di lore che ho inserito, e spero di avervi portato un po' più a fondo nell'interiorità sentimentale di Adler, lasciando percepire la sua vena di follia e intraprendenza, ma anche il suo amare la compagnia della solitudine. Ma vedremo quanto incrollabili saranno le sue certezze non appena si ritroverà a scalare la montagna più alta della sua vita. Fatto il mio consueto commento, vi saluto e vi do appuntamento alla prossima settimana con un capitolo decisivo. See ya!   

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