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3 - Annibale e gli elefanti

3

Annibale e gli elefanti

223 a.C.

Numidia, Cartagine

Africa

Lo zio era troppo vecchio per poter viaggiare ma ancora tirava le redini.

Prima di scendere dalla barca, mi disse

“Adesso arriverà un mio amico”

Lo guardai perplesso ma dopo qualche minuto, sentimmo trombe e tamburi che si avvicinavano.

Vidi una fila di soldati a cavallo con armature lucenti che incutevano timore.

Dietro invece una piccola legione, forse una quarantina di soldati, che marciavano a ritmo; dietro di tutti, la piccola banda e due enormi pachidermi corazzati con sopra altri soldati.

Lo zio mi aveva parlato riguardante la parte più forte dell’esercito ossia gli elefanti.

Mi raccontava di come Annibale avesse creato una legione di oltre 30 esemplari di elefanti.

In capo al gruppo, c’era Annibale sopra un cavallo decorato.

Scese da cavallo e a mia grandissima insaputa, riuscivo perfettamente a capirlo.

Lo zio mi guardo e mi disse

“Avevo intuito che tu sapevi parlare e comprendere ogni lingua.”

Annibale si avvicinò e disse

“Finalmente, dopo tanti anni, ci rincontriamo vecchio mio”

Ci fu molta festa ma io mi accorsi di una cosa bizzarra, i due elefanti mi stavano guardando e quando i nostri sguardi si incrociarono, emisero uno strano verso, innalzarono le proboscidi e si sono avvicinarono a me disubbidendo ai loro istruttori.

Ogni persona mi stava guardando e scorsi di nuovo il sorrisetto strano dello zio.

Allora mi rincuorai e rimasi immobile chiudendo gli occhi.

Quando gli aprii, i due elefanti erano inginocchiati dinnanzi a me.

Fu li che capii che forse lo zio non era tanto pazzo.

Annibale allora pronunciò

“Ci guardano in troppi qui, meglio andare in un posto più appartato.”

Salimmo di corsa in groppa a dei cavalli e partimmo seguendo Annibale.

Ciò nonostante, sentivo che i due elefanti volevano stare dietro di me.

Dopo qualche oretta, arrivammo in un posto ed io esclamai

“L’Olimpo!”

Annibale e Archimede mi guardarono e con un sorriso e entrammo.

L’interno era uguale all’Olimpo di Siracusa ma era molto più curato.

Ogni tanto vedevo uscire delle persone che si chinavano e riprendevano a camminare come se non fosse successo nulla.

Scendemmo da cavallo ed entrammo.

L’interno era uguale a come quello di Siracusa e al centro c’era la vasca d’acqua.

Annibale, allora, prese la parola

“Io e te, mio caro Draconis, siamo uguali.

Anche io quando sono nato venni immerso nell’acqua e emanai quella luce.

Anche io sono molto abile con la spada e gli animali mi rispettano come se fossi il loro re.

Veniamo tutti e due da una razza inumana ed io sono venuto al mondo per sconfiggere Roma e per portare la pace in Italia e nel Maris Mare Magnum!”

Scorsi con la coda dell’occhio la faccia un po’ triste di mio zio ma non osai chiedere.

Passammo la giornata a girare per Cartagine e scorsi nel mercato due ragazze.

La sera, mio zio mi parlò.

“Ho visto pure io quelle due ragazze al mercato, Annibale dice che i ragazzi si riuniscono in una piazzetta, puoi andarci se vuoi.”

“Davvero?”

“Sì, ma prima dovrai fare una cosa per me.”

“Non capisco zio…”

“Vedi, questa altezza da dove siamo noi ora, è pari all’altezza di due elefanti messi uno sopra l’altro.

Sono sicuro che se salti da qua, non ti farai neanche un graffio.”

Lo guardai perplesso, però poi mi girai e saltai di sotto

Quando atterrai, non produssi alcun rumore e non mi ferii.

Guardai in alto e scorsi lo sguardo compiaciuto di mio zio.

Ricambiai il sorriso e corsi via verso la piazzetta.

Mio zio urlò

“non ti cacciare nei guai, qui non è come a Siracusa”

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