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AC: Crown - capitolo III: Rem tene, verba sequentur

Come detto, ecco il terzo capitolo di Assassin's Creed: Crown pubblicato a ridosso del fine settimana. Nel precedente capitolo abbiamo visto Adler alle prese con il furto del libro biografico di Corrado il Grande, rubato da un misterioso personaggio capace di uccidere cavalieri addestrati senza alcun problema, e che per di più ha alleati all'interno della corte di Albrechtsburg. Costui proviene da ducato di Ravensberg, nelle terre di Sassonia, e il signore feudale del nostro cavaliere, Enrico l'Illustre, gli chiede di guidare un forza di cento uomini a stanare il colpevole. All'orizzonte di questa missione c'è tuttavia il rischio di una guerra che Adler vuole evitare ad ogni costo.

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<<Basta così, uomini! Ci accampiamo qui.>>
Dopo quattro giorni di marcia interrotta, si meritavano una notte di riposo. E poi mancava solamente mezza giornata per entrare a Bielefeld; con la luce dell’alba ci saremmo rimessi in movimento, e una volta giunti a destinazione avrebbero potuto riposarsi nelle locande della cittadina, con un letto morbido e qualche bella dama pronta a scaldarlo. Capivo quanto fosse spossante cavalcare giorno e notte a rotta di collo in quel modo, seguendo un giro di turni per dormire e cibandoci solamente di pane e della selvaggina che avevamo catturato nelle due sole soste che avevamo fatto prima, ma fin dall’inizio era stata mia intenzione raggiungere il più in fretta possibile il ducato di Ravensberg. E dopo due settimane ci eravamo finalmente riusciti. Smontai da cavallo, inspirai la gelida aria limpida delle praterie e guardai i pochi raggi solari che le illuminavano lasciarsi andare al tramonto per fare spazio alle tenebre della notte. Avrei voluto guardare quello spettacolo naturale ancora per qualche minuto, ma quello della nostra terra era un inverno che non perdonava e quindi mi adoperai per far montare il nostro bivacco il prima possibile: diedi disposizioni a Filibert che guidasse venti arcieri a caccia per procurare quanto più cibo possibile, mentre io, Farvald e altri trenta uomini andavamo alla ricerca della legna con cui accendere i fuochi; il resto avrebbe montato le tende e abbeverato i cavalli. Nel giro di due ore i fuochi ardevano, cuocendo lepri e cervi e mandando ombre sulle grosse tende militari che avevamo allestito; urla, risate, canzoni e fiumi di idromele serpeggiavano nel campo, e dal canto mio non avrei privato nessuno di quel divertimento dopo averli distrutti tutti quanti con la mia marcia forzata. Ma anziché unirmi alle feste preferii stare seduto a osservare il falò, riflettendo sulla missione.
Non riuscivo a capacitarmi che uno dei cinque uomini incaricati di proteggere la vita del duca Enrico potesse averlo tradito rivelando l’esistenza di quel passaggio nella cappella, né riuscivo a comprendere il perché qualcuno volesse mettere le mani sulle memorie di un nobile morto da decenni. Forse non c’era neanche un perché… Enrico non riteneva di aver dato a Ludwig di casa Calvelage una qualche motivazione per attaccarlo, ma forse aveva scordato che quell’uomo era alleato del duca di Brandeburgo, Giovanni I di Ascania, il quale da anni ormai portava avanti un conflitto con la casa Greifen di Pomerania, amica del nostro feudo tramite quello stesso Barnim I che era per tanti anni stato nostro ospite – e che a dieci anni avevo gentilmente picchiato con una spada da allenamento. Nell’ipotesi che la casa di Ascania avesse chiesto alla marca di Ravensberg di far guerra ai Wettin per privare la Pomerania del suo più fido alleato, il furto del libro poteva essere solo un diversivo per indebolire Albrechtsburg e poterlo assediare; ma era una strategia priva di un qualunque senso militare, e in ogni caso, per quanto i militi di Ravensberg fossero solo la metà dei nostri, avremmo avvistato degli uomini in marcia contro di noi per miglia; in aggiunta, il mio signore non si era mai espresso in merito alla guerra tra quei feudi. Tentai di inquadrare qualche altro motivo politico o bellico che potesse indurre Ludwig ad ordinare una simile operazione, ma avevano l’una meno senso dell’altra e destreggiarsi in quel sistema di complotti e pugnalate alle spalle tra grandi case era un tedio mortale: qualunque fosse il motivo, dovevo scoprire se lord Calvelage era coinvolto e scongiurare il conflitto all’orizzonte; una nuova guerra intestina era l’ultima cosa che serviva a questo impero, già sanguinante per le continue dispute tra sua maestà Federico II e la Santa sede. Finii la mia cena, predisposi il coprifuoco e andai nella mia tenda a dormire. 

La mattina del giorno dopo entrammo finalmente a Bielefeld, la città principale del ducato di Ravensberg: sorgeva sul lato orientale della foresta di Teutoburgo, ed a confronto Meissen sembrava gigantesca, seppur entrambe condividessero la stessa tipologia di architetture in pietra su due piani e la stessa organizzazione urbana. A fare la reale differenza tra le due città era lo stile di vita del popolo: se infatti a casa vivevamo di un’agricoltura rigogliosa grazie alle nostre pianure fertili, il clima sostanzialmente forestale di Bielefeld rendeva la cacciagione il suo vero punto di forza, oltre che all’abbondanza di legna e acqua – la cinta muraria era infatti circondata dallo spartiacque tra il fiume Weser e l’Ems, con il piccolo Lutterbach che tagliava la città nel bel mezzo della sua piazza principale. Eppure con tutta questa abbondanza e ricchezza vedevo pochissimi abitanti, e non nego che quelle strade vuote e così prive di vita mi misero un po’ di malinconia.
Dall’alto del suo colle, perfino il castello che doveva essere lo scudo del feudo era appena all’altezza del nome che portava: un possente muro di pietra grigio scuro ricopriva il lato frontale della collina, unica difesa della piccola fortezza insieme alle mura di cinta disposte irregolarmente a formare un rettangolo; entrambi proteggevano un unico maschio dalla forma di goccia rara rastremata su due livelli e una fortezza più piccola che invece era il castello principale - supposi che il resto del piano su cui poggiavano quelle due strutture dovevano essere giardini e solarium privati del duca Ludwig. Sparrenburg, questo era il suo nome, e nonostante mi fosse stato insegnato a non sottovalutare mai il nemico di fronte a me, non potei fare a meno di credere che un solo giorno di assedio sarebbe bastato a darlo alle fiamme dell’Inferno. Ma non potevo permettermi di pensare una simile leggerezza; giacché non conoscevo niente di quel castello e del suo signore, ogni dettaglio poteva essere fondamentale affinché le nostre parole non venissero recepite come offesa o provocazione. Fortunatamente avevo deciso di portare con me qualcuno che quelle terre le aveva già affrontate.
<<Filibert, dimmi la verità. Quello è davvero lo Sparrenburg?>>
<<Sì fratello, ma quella che vedi è solamente la testa di una fortezza molto più profonda, l’ultimo piano di una inespugnabile fortificazione scavata nel fondo della pietra e della terra di quella collina, con decine di lunghissimi cunicoli che permettono di spostarsi al suo interno. Ogni singolo angolo di quelle mura è progettato per respingere anche gli eserciti più coriacei; non sarà granché visivamente, ma nessun altro castello in tutto l’Impero si difende altrettanto efficacemente.>>  
<<Capisco.>>
Stupirmi era pressoché impossibile, ma ammetto che costruire un castello nella fondamenta stesse della roccia era un’idea a dir poco geniale… una dimostrazione di forza come poche se non altro. E mi venne da domandarmi a quel punto quanti altri segreti, complotti e macchinazioni in quelle mura potessero essere celati agli occhi del mondo, pensieri che accesero in me una fiamma piuttosto familiare: la determinazione. Se Ludwig della casa Calvelage era effettivamente coinvolto nell’attacco ad Albrechtsburg, sarebbe scoppiata una guerra. L’ennesima che mi avrebbe strappato dalla mia casa, mi avrebbe portato via altri amici e avrebbe spezzato altre famiglie. Tutto a causa di uno stupido libro. Non sarebbe stato il primo conflitto scaturito da una mia missione, ma non potevo permettere in alcun modo che tutto ciò avvenisse per un blocco di carta ingiallita. Non potei aspettare un solo attimo in più.
<<Farvald, passami la bisaccia con il mantello e la spilla. Trovate un posto dove alloggiare; ti affido il comando fino al mio ritorno. Filibert, con me. Andiamo a incontrare il duca Ludwig.>>
<<Aye.>> mi rispose frettolosamente.
Presi al volo la bisaccia con le prove del misfatto, e quando diedi di speroni il mio frisone si lanciò ad un galoppo talmente frenetico che pensai stesse scuotendo la terra stessa; Filibert mi seguiva a ruota, con i capelli biondo platino che svolazzavano nell’aria invernale mentre cercava di tenersi in equilibrio sul suo grande destriero marrone. Eravamo cresciuti insieme io e lui, e così come ser Berik prese il posto del padre che scelse di abbandonarmi, Filibert divenne il fratello che ogni uomo potesse desiderare al suo fianco: suo padre era anche lui un cavaliere del duca Enrico, rispettato tanto quanto lo era il mio; insieme avevamo portato a termine il nostro addestramento - anche se lui ottenne il cavalierato due anni dopo di me – e gran parte delle missioni che ci venivano affidate, portandole tutte a termine con successo. Eravamo una coppia vincente e per questo non ebbi bisogno di girarmi una seconda volta per sapere che mi sarebbe rimasto dietro nonostante la mia partenza improvvisa.
Appena un minuto di galoppata e giungemmo davanti ai cancelli dello Sparrenburg, con gli arcieri delle torri di guardia che ci avevano già avvistato da un pezzo e che ora tendevano gli archi contro di noi; sotto le mura delle spesse grate di ferro forgiate a freddo montavano la guardia otto uomini armati di lancia e scudo. Indossavano tutti quanti una corazza di lucido acciaio lavorato e un mantello nel bianco e nel rosso dei Calvelage… fermato alla gorgiera da una spilla identica a quella che trovammo quella notte, solo meno rovinata.
<<Alt!>> gridò un toro con i baffi rossi, rivelandosi ufficialmente come il capitano di quel corpo di guardia.
<<Buondì, capitano. Siamo qui in voce di Enrico della casa Wettin, terzo del suo nome a sedere sul trono del ducato di Meissen. Abbiamo ordine di vedere il vostro signore per trattare urgenti questioni private.>>
<<Avete qualche documento che possa confermare quanto dici, cavaliere?>>
Infilai una mano nella bisaccia sinistra del mio cavallo ed estrassi il lasciapassare sigillato e firmato dal duca Enrico, insieme ad una delle missive di amicizia scritte di suo pugno allo scopo di fugare ogni dubbio di eventuali attacchi o ritorsioni. Le porsi al massiccio capitano dai baffi rossi, e dopo una brevissima occhiata ordinò che i cancelli venissero spalancati e che il duca fosse informato della nostra presenza. Un cenno di ringraziamento non più rapido del necessario e varcammo al trotto il cancello, risalendo la strada di pietra che portava sulla sommità della collina; provai una misera soddisfazione nel vedere che il mio intuito non si era sbagliato: un’aiuola potata a forma di arco a tutto sesto apriva l’ingresso sulla sommità della collina, colorata delle centinaia di sfumature verdastre dei giardini e degli alberi che crescevano su di essi. Statue di cavalli e cavalieri contrastavano il manto della natura con il loro colore bianco latte, circondando un ampio gazebo rivolto a ovest in modo da poter ammirare il tramonto. Anche io avrei voluto godere qualche attimo in più del panorama, ma la mia testa pendeva verso un’unica direzione: la sala del trono… o almeno questo era quello che volevo far credere a tutti.

<<Cavaliere, il duca è pronto a darti udienza.>>
<<Era ora!>>
Tre ore, tre dannatissime ore ad aspettare in una stanza mal assortita al secondo piano del maschio principale. Non che fosse la camera il problema, ma speravo che il signore del castello ci avrebbe ricevuto immediatamente, e invece aveva dato disposizioni che venissimo alloggiati da qualche parte in attesa del suo richiamo, poiché prima aveva urgenti questioni personali da dover trattare senza possibilità di rinvio. Potevano essere questioni di qualunque natura, ma quella segretezza così improvvisa, guarda caso avvampata dopo aver saputo che giungevano cavalieri da Meissen con richiesta di udienza, non fece altro che aumentare le proporzioni dei miei dubbi circa un inevitabile complotto ai danni del mio signore. Mi ci arrovellai nervosamente per tutto il tempo passato nella stanza insieme a Filibert, ma meglio tardi che mai, alla fine fummo finalmente chiamati. Il percorso scelto dalla guardia che ci scortava fu alquanto insolito, ma mi diede una ulteriore conferma di quanto lo Sparrenburg fosse un’opera di costruzione senza pari: anziché uscire dalla torre, scendemmo tramite una scala a chiocciola dalla base dell’edificio, trovandoci nel bel mezzo dell’intricato labirinto di tunnel sotterranei, vero centro della vita del castello così come le vene lo erano all’interno del corpo umano. E cavolo se era intricato… un qualunque soldato non familiare a quella struttura si sarebbe perso in mezzo all’incrocio continuo di quei corridoi tutti uguali, peraltro illuminati solamente da tre o quattro fiaccole per lato; se mai qualcuno fosse riuscito ad accedere al castello tramite un assedio, avrebbe trovato ugualmente la morte qua dentro: non ne avevo conferma, ma era quasi scontato che a tutti i soldati dello Sparrenburg fosse stata impressa la mappa di quella città sotterranea, così che in caso di penetrazioni fossero pronti a sferrare attacchi a sorpresa capaci di ribaltare le sorti di qualunque scontro. Non era nemmeno da escludere la presenza di trappole lungo i tragitti.
Ad ogni modo non era su quello che dovevo concentrarmi, bensì sul mio imminente incontro con il leone dentro la sua stessa tana. Giungemmo infine ad un vicolo cieco, con un’altra scala a chiocciola che riportava al piano superiore; un ingresso a sesto acuto e ci ritrovammo infine lungo il fianco sinistro della sala del trono circolare: subito mi accorsi dell’abbraccio di lisce colonne in marmo bianco che seguivano lo stesso perimetro della sala, quasi a volerla coronare, mentre sulle mura portanti vi erano colorati affreschi di guerra e di vita quotidiana; ci portammo al centro della pallida sala, lungo il tappeto rosso bordato di bianco che conduceva al rialzo su cui troneggiava il duca, e mentre lo percorrevamo notai che le colonne reggevano un balconata su cui erano appostati almeno una ventina di arcieri pronti ad intervenire in caso di pericolo. La parte più bella era però la cupola, con al centro una raffigurazione di Dio sul cielo limpido, mentre con il suo potere indissolubile mandava avanti il mondo dal periodo di luce a quello di buio in quattro scene diverse, dall’alba ad est fino al tramonto dell’ovest, con il mezzogiorno a nord e la mezzanotte a sud.
Tutta l’opulenza che il castello non mostrava all’esterno si concentrava in quella sala, con il duca Ludwig che dominava dall’alto del suo scranno, protetto da sei cavalieri che dovevano essere la sua guardia personale. Un farsetto bianco e rosso con intarsi dorati vestiva il suo corpo, chiaramente in sovrappeso a giudicare dalla pancia perfettamente tonda e pronta ad esplodere fuoco come la bocca di un cannone arabo; la faccia era altrettanto gonfia e imbrunita da barba e lunghi capelli neri che bene si abbinavano al blu profondo di quegli occhi porcini e sospettosi, unica parte gradevole di quella testa insieme alla corona di oro bianco tempestata di rubini ed agli innumerevoli anelli d’oro che portava nelle dita simili a salsicce. Arrivati alla base della pedana su cui giaceva il trono e la sua vacca profumata, ci inginocchiammo in attesa che il castellano ci presentasse. Era al fianco del suo signore, ed insieme componevano un quadretto che mi avrebbe fatto scoppiare a ridere se non fosse stato per la situazione delicata: nella sua lunga cappa rossa e dorata, appariva l’esatto opposto del suo signore; giovane e con lunghi ricci biondi che ricadevano sulle spalle, un sorriso tutto denti che splendeva sul suo viso graziosamente chiazzato di lentiggini e colorato da chiarissimi occhi verdi.
<<Mio signore.>> esordì con voce cristallina <<hai di fronte ser Adler e ser Filibert, cavalieri in funzione di ambasciatori per conto del duca Enrico della casa Wettin, signore di Meissen. Dichiarano di avere importanti richieste da parte del loro signore alla tua nobilissima persona, a causa di un disguido nella loro terra natia che li ha portati a condurre un lungo viaggio sino al tuo cospetto.>>
Non rispose per alcuni secondi e stare in ginocchio era a dir poco stressante; ma in quel silenzio tombale potevo ugualmente sentire i suoi occhi addosso, intenti a studiarci. Non potevo sapere cosa stesse pensando e quello non era il momento di fare ipotesi, contava solamente che approvasse quanto richiesto. Dopo un po’ si schiarì la voce, e già potevo immaginare che razza di rombo di tuono sarebbe uscito da quella botte con le gambe.
<<Alzatevi, cavalieri. Parlate e chiudiamo rapidamente questa faccenda. È dall’alba che tengo udienze e il vostro arrivo non ha fatto altro che allungare questo tedio maledetto.>>
Pessimo inizio. Frugai nella bisaccia, estraendo la missiva ducale da presentare quando ci fossimo trovati alla corte di Ravensberg, e la porsi al castellano. Ruppe il sigillo di ceralacca e cominciò a leggere quanto la mano del mio signore aveva steso nero su bianco, mentre io estraevo dalla borsa di Farvald il mantello nero e la spilla nei colori della casa Calvelage riponendoli davanti a me in modo che potessero essere visti chiaramente. Dunque tornai in piedi e incrociai le mani dietro la schiena.
<<… pertanto confido che lascerai indagare indisturbati tutti e cento i miei uomini, al fine di assicurare alla giustizia il criminale che ha violato la mia dimora e garantire la pace tra i nostri feudi e le nostre nobili famiglie. Tuo fedelissimo pari e amico, il duca Enrico III di Meissen.>>
Non ci potevo credere, ancora silenzio. Doveva essere un tipo piuttosto riflessivo quel duca Ludwig, che già da un minuto continuava a spostare il suo sguardo dalle prove ai miei piedi e ai miei occhi grigi, cercando di capire chissà che cosa. Alla fine la tempesta rombò ancora.
<<Suona più come una minaccia che come una richiesta di cortesia.>>
<<Ti assicuro, nobile signore, che non è intenzione di alcuno provocare attriti o offese. Il mio signore richiede solamente che tu ci lasci agire indisturbati al fine di catturare chi ha ucciso i nostri compagni e disonorato il buon nome dei Wettin.>>
<<Non è intenzione di alcuno offendere, così dici cavaliere? E intanto di suo pugno il tuo signore ha scritto chiaramente che conviene garantire la pace tra i nostri feudi, lasciando quasi intendere sospetto che sia stato io ad ordinare una simile, ripugnante operazione. Per uno stupido libro poi… ma dimmi, come dovrei reagire ad una simile accusa, che infanga in altrettanta misura il nome dei Calvelage?>>
Ringraziai Dio che la conversazione avesse preso subito la piega che volevo.
<<Ti sbagli, nobile signore. Qui nessuno sta imputando a te o alla tua famiglia nessun genere di colpa; l’ultimo desiderio di tutti noi è giungere ad una nuova guerra intestina all’Impero, e come dici bene, proprio a causa di uno stupido libro. E oltretutto, in ragione del fatto che tra voi e il duca Enrico non ci sia alcun motivo di conflitto, riteniamo sia stata opera di un terzo il cui scopo sia mettere astio e fuoco tra di noi per trarne chissà quale vantaggio. Costui avrebbe rubato il mantello e la spilla con i vostri colori per compiere il suo misfatto senza che nessun indizio potesse ricondurre a lui.>>
Si trattava solamente di una mezza verità, ma il nuovo silenzio in cui sprofondò la sala mi fece ben sperare di averlo indirizzato verso la strada giusta: picchiettava nervosamente sui braccioli del suo trono, lasciando che il tintinnare dell’oro degli anelli producessero una cacofonia di suoi cristallini.
<<Chi mi assicura che stai dicendo la verità, cavaliere? Chi mi dice che non sei una spia infiltrata e che in realtà i Wettin stanno progettando un assedio al mio castello? In fondo non è un segreto che io sia amico di molti dei vostri nemici, o dei nemici dei vostri alleati. O mi sbaglio?>>
Era mio.
Spostai il peso da un piede all’altro. <<La marca dei Wettin possiede il doppio delle tue forze, macchine d’assedio all’avanguardia, risorse di cibo sufficienti a sostenere un intero anno e più di assedio, per non parlare di cavalieri il cui nome è noto in tutto l’Impero. Possediamo tutto il necessario per scendere in guerra e schiacciare il tuo esercito in una battaglia campale… ma c’è una cosa che non possediamo, e che da sola basterebbe a ribaltare da sola lo scontro: lo Sparrenburg. Siamo fin troppo coscienti di come questo castello che vive nella roccia sia la tua reale forza, così come sappiamo che avresti abbastanza acume militare da non muovere il grosso del tuo esercito, tenendolo qui in attesa che assediassimo Bielefeld con una milizia stanca e provata dalla marcia. In questo modo ci attireresti direttamente nella tua tana, con una città che non conosciamo ed un castello che centomila uomini non potrebbero mai espugnare. In breve, duca Ludwig di casa Calvelage, possiamo vincere qualunque guerra. Ma non quella contro Ravensberg.>>
Adulazione mista a una bella dose di menzogne, la sola cosa che gran parte dei nobili tiene in considerazione tanto quanto l’oro e il potere. Difatti esisteva un modo per costringere alla resa i Calvelage in caso di guerra, ovvero presidiare la foresta di Teutoburgo in modo da impedirgli di cacciare e allo stesso tempo razziare quelle poche campagne che coltivavano: nel giro di metà anno sarebbero morti di fame e noi ce la saremmo cavata con pochissime perdite. Ma non era per scendere in guerra che ero stato scomodato dalla mia taverna, e quella che avevo imboccato durante quella udienza era una strada senza ritorno. Sentii il cuore alleggerirsi e il petto gonfiarsi di orgoglio quando un pallido sorriso illuminò il volto del mio interlocutore.
<<Se non altro, quella vecchia volpe di Enrico può contare su qualcuno con un po’ di sale in zucca. Avete il mio permesso e la mia benedizione per svolgere le vostre indagini liberamente, per tutto il tempo che sarà necessario; Bernhard provvederà ad informare le guardie del vostro libero accesso al castello ed a fornire alloggi e cibo alla vostra compagnia. Voi due invece sareste molto graditi al banchetto che darò questa sera.>>
Spiacente, avevo altri piani. E il suo banchetto era il diversivo più fortuito che potesse capitarmi. <<Siamo desolati, mio signore. Ma abbiamo viaggiato a lungo e siamo molto stanchi. Gradiremmo riposare per il resto della giornata e cominciare a lavorare domani stesso.>>
<<Come preferite,  ma insisto perché alloggiate nelle camere dei miei figli. Sono partiti mesi fa per un viaggio in Egitto e non faranno ritorno prima del prossimo plenilunio, ma avete la mia parola che quelle stanze sono degne di un re.>>
<<A nome del nostro signore, i più sentiti ringraziamenti per la tua ospitalità.>>
<<Se non c’è altro, siete congedati.>>
Un rapido inchino e subito il castellano ci fece cenno di seguirlo, mentre il duca si allontanava verso una sala opposta insieme alla sua guardia, probabilmente per pranzare visto e considerato l’orario. Per quanto confà a noi, fummo accompagnati nuovamente nei sotterranei, districandoci in quel labirinto di tunnel e scale fino a raggiungere – con mia somma sorpresa, perché non capii assolutamente in che modo – la balconata che dava sulla sala del trono. Quel castello era davvero incredibile.
<<Queste solo le vostre stanze, proprio di fianco a quelle del duca.>>
<<Molte grazie, Bernhard.>> rispose Filibert.
Io però non nutrivo altrettanta simpatia per i castellani. <<Domattina avrò bisogno di te per cominciare le indagini. Ho bisogno di qualcuno che conosca il castello come le sue brache.>>
<<Senz’altro, ser.>>
Varcammo dunque la spessa porta in legno di quercia rinforzata in ferro, e senza neanche prestare un solo occhio alla stanza, mi spogliai di armatura e maglia di ferro, cominciando a preparare l’occorrente per stanotte. Quel nullafacente di Filibert fece lo stesso, gettandosi però su uno dei due grandi letti a baldacchino, in legno smaltato di bianco e con spesse coperte di lana rossa.
<<Un’udienza da manuale, fratello.>>
<<Ti ringrazio.>>
<<Tira le redini, bello. Ti conosco da venticinque anni, perciò dimmi la verità. Da quanto avevi intenzione di giocarti la carta dello Sparrenburg?>>
Mi sedetti sul letto gemello e cominciai a togliermi gli stivali. <<Per tutto il tempo in cui abbiamo viaggiato, non avevo la minima idea di come affrontare questo momento. Dovevo certamente adularlo, ma solamente dopo che ho visto il castello e tu me ne hai parlato, ho capito che lodare le sue mura era la sola cosa che lo avrebbe convinto a lasciarci indagare.>>
<<Rem tene…>>
<<… verba sequentur. Non tutte le lezioni di padre Aethel erano inutili, dopotutto.>>
<<Dobbiamo ringraziare quell’uomo se sappiamo a malapena scrivere il nostro nome. Ma ad ogni modo, Ludwig è stato fin troppo gentile a concederci queste stanze. Non credi?>>
<<L’hai capito anche tu?>>
<<Le stanze proprio vicino alle sue. Solamente un tardo non capirebbe che ci vuole il più vicino possibile a sé per controllarci.>>
<<Nessun problema. Non è l'unico a non fidarsi.>> Dissi mentre sistemavo i calzoni di lana e la giubba in cuoio lavorato che tenevo sotto la corazza. Dovevo essere leggero per il prossimo passo... e ben nascosto da un certo mantello nero.
<<Che intendi fare?>>
<<Mi conosci da venticinque anni, no?>>
<<... qualcosa di stupido e suicida.>>
Sorrisi mentre rinfoderavo la mia daga nella cintura.

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Vi ringrazio nuovamente per aver dedicato il vostro tempo a questa lettura. L'obiettivo del capitolo era anzitutto farvi percepire la stessa confusione che sente Adler nel volersi dare una spiegazione per quanto accaduto la notte in cui il libro è stato rubato - ma noi sappiamo perfettamente come sono andate le cose, no? L'idea inoltre è di farvi conoscere meglio il suo approccio alle missioni e alcuni aspetti della sua psicologia da soldato e cavaliere. Ha sventato la guerra (forse), ma questa udienza era solo il primo ostacolo di una montagna ancora più impervia. Fatto il mio consueto commento, io vi saluto e vi do appuntamento il prossimo fine settimana per un quarto capitolo da sudore freddo. See ya!   

  • Ste-82
    Ste-82

    "Me Coions" ! 😂. Non é vero latino il mio, ma a Roma indica è un'espressione di stupore e approvazione 😉. Pensavo avresti pubblicato oggi, a saperlo mi sarei rubato i primi compli

    • Ste-82
      Ste-82

      *complimenti al posto di Saretta, con la quale concordo. Ottimo lavoro Ale 😎

  • Saretta_07
    Saretta_07

    "Abbi chiaro il concetto, e le parole verranno da sole" , titolo superbo, come del resto il contenuto del capitolo ^.^ . Sia per mole che contenuto questo è il capitolo di un romanzo, ed è assolutamente coinvolgente e molto ben strutturato, complimenti Ale ^,-

  • Andrea_Sara07
    Andrea_Sara07

    Salve Alessio 🙂, sapevo che ieri mi sarei perso la pubblicazione ma siamo stati all'evento al Vigamus Roma con Aosen, Sebastian, Indo e un paio di ragazzi della Cripta e Cosplay Italia 😚. Se riesco a recuperare foto (e soprattutto se me le carica) le posterò 😉. Tornando a noi il tuo romanzo mi piace, Adler mi ricorda Styrbjorn (con più cervello) e la trama di Crown potrei quasi paragonarla a Last Descendants per come scrivi bene 😁.

    • Reyanna_07
      Reyanna_07

      Sono d'accordo. Quando leggendo un racconto riesci a immaginarne ambiente, personaggi e situazioni allora si può dire che parliamo di un romanzo d'autore 😄. Lo ripeto, é talento grande il tuo, dovresti farlo fi mestiere con cose a riguardo 😘

  • Ste-82
    Ste-82

    "Me Coions" ! 😂. Non é vero latino il mio, ma a Roma indica è un'espressione di stupore e approvazione 😉. Pensavo avresti pubblicato oggi, a saperlo mi sarei rubato i primi compli

    • Ste-82
      Ste-82

      *complimenti al posto di Saretta, con la quale concordo. Ottimo lavoro Ale 😎

  • Bayek1991
    Bayek1991

    Ringrazio tutti quanti per i complimenti - la carica giusta per scrivere. E il bello, ve lo assicuro, deve ancora venire..

  • Bayek1991
    Bayek1991

    Signori, scrivo qui per via di un problema di natura a me ignota. Non capisco come mai, ma il sito non carica il quarto capitolo di Crown. Cercherò di risolvere questa problematica, ma se è un problema del sito in sè, allora se qualcuno può spiegarmi ne sarei felice.. 😂😂

    • Andrea_Sara07
      Andrea_Sara07

      Si Ale, il sito si è crashato, non dipende da te 😅. L'avevo notato giorni fá ed ho segnalato subito la cosa al nostro Community Manager Ubisoft, quindi dovremo aspettare che chi di dovere faccia manutenzione. Mi spiace, volevo leggerlo, ma per il momento i post sono bloccati 😢

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