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La discesa agli Inferi dell'ultimo Medjay

Retrospettiva sulla Maledizione dei Faraoni


Bayek di Siwa è uno dei protagonisti sicuramente più apprezzati dell’intera saga:

il guerriero del deserto a cui l’Ordine degli Antichi aveva strappato ogni cosa, dall’essere padre e marito al proprio ruolo di protettore del Faraone, adesso alleato con delle forze che avrebbero presto portato alla disgregazione del tessuto stesso dell’Egitto, si è rivelato un personaggio molto più umano e sfaccettato di alcuni dei suoi illustri predecessori.

Nel Medjay abbiamo visto convivere la rabbia feroce rivolta ai responsabili della morte del piccolo Khemu, la premura e l’attenzione nei confronti dei più deboli, la dolorosa passione tenuta a stento a freno per la moglie Aya e la fermezza spietata e risoluta verso i corrotti.

Ma più di tutto in Bayek convivono in equilibrio precario l’anima antica dell’Egitto, le sue credenze e il senso del dovere e di appartenenza che egli ha nei confronti di esse, in quanto ultima colonna rimasta prima del collasso definitivo della tradizione stessa, con il nuovo Credo emergente dalle inedite necessità e responsabilità che si presentano sul cammino del fondatore della Confraternita.

Questo conflitto interiore, che lacera l’animo del figlio del Nilo, rappresenta il filo conduttore di tutta la narrativa di Origins, venendo però paradossalmente esplorato più spesso nelle missioni secondarie che durante la caccia alle Maschere proto-templari.

Così, in una storia collaterale e facilmente mancabile del gioco principale, proprio sul finire di una quest abbastanza anonima fin a quel momento, mentre si sta compiendo un rituale per favorire un parto nei pressi di un’antica piramide, Bayek inizia a recitare una preghiera. La preghiera del Medjay, tramandata da padre in figlio, nella quale sono lampanti i primordi di quello che poi sarebbe stato il Credo degli Assassini. Come il bambino che nasce sopra la vecchia tomba, così dal vecchio nasce il nuovo.

“Io sono un Medjay. Sono una piuma nell’ala dell’aquila. Un pugnale che vive, piovuto dal cielo per debellare il caos. Sono la verità celata, un fodero vuoto. Un figlio del Nilo e un difensore del popolo. Non posso morire, perché io già cammino fra i morti. Vienimi incontro e ti guiderò a casa.”

In quest’ottica si inserisce questa riflessione sulla seconda espansione di Origins, “La Maledizione dei Faraoni”, volta a far emergere alcuni dettagli chiave che potrebbero essere sfuggiti a qualche giocatore, sommersi dalla sabbia tebana ma soprattutto dall’eccesso visivo rappresentato da sovrani zombie, scorpioni giganti e navi che solcano sconfinati campi di grano.

Bisogna subito precisare, a scanso di equivoci, che tutta la componente paranormale presente nel DLC viene giustificata, con un discreto ma necessario sforzo di sospensione dell’incredulità vista l’estensione dell’influenza del manufatto, dall’utilizzo della Mela da parte della sacerdotessa Isidora sulla popolazione di Tebe e dintorni. Quindi le apparizioni degli antichi faraoni come Nefertiti o Ramses II lungo le vie della città non sono altro che illusioni, le quali causano la morte cerebrale di coloro che sono troppo deboli per resistere, così come i vari Aldilà: Bayek non ha mai messo piede realmente nella Duat o nei Campi dei Giunchi (che nell’ universo di Assassin’s Creed non esistono nemmeno in quanto tutte le religioni sono interpretazioni postume degli Isu), ma ha solamente creduto di farlo.

Le illusioni indotte dalla Mela hanno preso forma dalle credenze delle stesse vittime del manufatto e quindi ciò ha fatto sì che nella testa del Medjay, entrato nelle cripte dei Faraoni e suggestionato dal trovarsi nella dimora eterna di personaggi tanto importanti nella cultura egizia, ritenuti addirittura dei in carne ed ossa, prendessero forma vari regni mistici plasmati dalla sua religione ed adattati alle storie di ciascun Faraone.

Così come Altair resistette al controllo mentale di Al Mualim risalendo i vari strati dell’illusione ogni volta che uccideva una copia del vecchio Mentore, o come Connor spezzava la realtà onirica di George Washington sconfiggendolo nel suo regno immaginario, così Bayek impara a scorgere attraverso il velo delle menzogne di Isidora man mano che discende negli inferi egizi e ne risale con una nuova consapevolezza.

Ma il viaggio metaforico del Medjay è al contempo una lotta contro i demoni interiori che fanno vacillare le sue convinzioni, contro i dubbi dei quali non è ancora riuscito a liberarsi nemmeno dopo essere diventato un Nessuno, un Occulto.

Ed è così che nella Maledizione dei Faraoni, così come in Origins, alle missioni secondarie è lasciato il compito di indagare i meandri dell’animo di Bayek, di accompagnarne la crescita interiore.

Le secondarie importanti sono 4, una per ogni Aldilà che bisogna spezzare, ognuna intitolata con una domanda velata.

  • La prima, Love or Duty, pone Bayek di fronte al compito di aiutare una coppia di amanti separata anche nella morte da Anubi e dal dovere della sposa di servire il Segugio Infernale. L’Occulto riuscirà a riunire i due proprio lì, nei Campi dei Giunchi, lì dove ha promesso ad Aya che il loro amore potrà ritrovarsi, libero da ogni vincolo di responsabilità. Nella morte. Dove Layla, 2000 anni dopo, troverà le loro salme sepolte l’una vicina all’altra.
  • Nella terra mistica dell’Aton creata dal Faraone Akenaton che aveva rinnegato la tradizione in favore di un nuovo culto, invece Bayek troverà la missione Gods or Creed e dovrà recuperare le statue delle vecchie divinità e portarle in un tempio per custodirle. Lì incontrerà la precedente versione di sé, il Medjay che era prima dei fatti nefasti di Siwa, l’egiziano rispettoso della tradizione e del suo ruolo, che in cuor suo il Bayek Occulto sente di aver tradito in favore di qualcosa di inedito, diverso e sacrilego. Ma nelle profondità dell’Aton, e del suo animo, Bayek riuscirà a perdonarsi, a far convivere le due anime che convivono al suo interno, perché si accorgerà che in fondo gli ideali di pace e libertà facevano già parte del suo dogma personale prima ancora di indossare un cappuccio. “Pensi di aver tradito il tuo passato, Bayek? Questo percorso che stai percorrendo, le regole secondo cui vivi, sono dentro tutti noi. Anche noi abbiamo a cuore la vita degli innocenti, anche noi cerchiamo la pace. Se tu la desideri, la pace, accettalo.”
  • Dentro l’Heb Sed, il deserto onirico costellato dalle statue gargantuesche dei faraoni del passato ricoperte da sabbia infinita, simbolo stesso della potenza dell’Egitto, il Medjay incontrerà un giovane ragazzo che darà inizio alla missione Follower or Leader. Il figlio di Ramses II vorrebbe diventare uno scriba, ma teme il giudizio del padre, la cui fama di grande guerriero vive nell’illusione cospargendo le dune di cadaveri, armi e resti di imponenti battaglie. Nel ragazzo Bayek rivedrà suo figlio, la sua paternità perduta, ed anche la tradizione di protettore del Nilo che suo padre aveva passato a lui e lui aveva sempre creduto sarebbe dovuta passare, quasi obbligatoriamente, a Khemu. Capirà che ognuno ha diritto a scegliere la propria strada e che adesso il suo ruolo di Mentore lo ha reso padre di una moltitudine di nuovi figli, verso i quali ha il dovere di indirizzarli sul sentiero giusto ma al contempo di lasciare che trovino da soli il modo di percorrerlo. Se vorranno. “Tu non sei un leone che guida un gregge di pecore, Bayek. Ma i loro destini sono forgiati comunque dalle fiamme che tu alimenti. Trova pace in questo.”
  • L’ultimo passo prima della rottura dell’illusione è anche il più difficile e verrà compiuto da Bayek nella Duat, il luogo non a caso legato al rituale della piuma che l’Occulto recita dopo ogni assassinio. Qui, in Shield or Blade dovrà affrontare il paradosso che accompagnerà per sempre la Confraternita: portare la libertà attraverso la morte.  Il senso di colpa sarà personificato da Settimio, simbolo dell’antitesi di ogni sua convinzione, l’Ordine degli Antichi, e uccidendolo potrà venire a patti con le contraddizioni della propria natura, sentendosi degno di accedere all’Aldilà insieme alla sua famiglia. “Questi demoni, le anime che hai preso? Loro non ti negheranno il passaggio. Sii in pace con te stesso. Il tuo cuore non è più pesante.”



  • Così Bayek ritorna dagli Inferi del proprio animo dopo aver trovato la sintesi di ogni domanda che gli impediva di adempiere completamente al destino che aveva scelto di vivere.
    Il frutto dell’Eden aveva sottomesso un uomo spezzato, un Medjay senza Faraone, un Occulto senza identità.
    Ma non poteva fare nulla contro il Primo Mentore emerso dalle tenebre per servire la luce.

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